Prima parte: Affari di famiglia
Seconda parte: Raggiungendo Zaffiria
Terza parte: Brucia la speranza
Prima parte: Affari di famiglia
I cerchi s’inseguivano sulla superficie della fontana, piccole onde che si allargavano attorno alla sua mano immersa. Diamanda sedeva sul bordo di pietra osservando assorta quel semplice gioco che il suo tocco creava. Non c’era magia, ma sembrava ugualmente bellissimo. Il mattino accarezzava l’acqua donandogli come un velo d’argento posato, mentre il suono del getto era liquida sinfonia su cui cullare i propri pensieri. Lei adorava quella parte di giardino e il profumo del glicine appena sbocciato che vi permeava. Quando la primavera invadeva Divinity’s Reach anche le minacce più cupe parevano alleggerire il loro fardello come incantate dalle meravigliose fioriture e dalle verdi fronde dei rami. La fontana placò piano la sua irritazione trasformandosi in uno specchio e riflettendo il pensieroso sguardo di Diamanda. I suoi occhi azzurri fissavano l’immagine del suo stesso pallido viso dalla bocca rosata. I capelli neri e lucidi scendevano oltre le spalle circondando sulla fronte un diadema decorato di perle per poi ricadere ordinati sul vestito celeste che lungo le lambiva i piedi nudi. Si sorprese a mugolare una melodia finché una voce non interruppe l’idillio.
«Lady Diamanda! Dove siete?» Chiamò dal porticato.
«Sono qui, alla fontana!» Rispose senza accennare a muoversi, ma, anzi, riprendendo a canticchiare agitando la mano nell’acqua.
Pochi istanti ed ecco apparire la smilza figura di Jenevieve arrancare per il giardino con le gonne tenute sollevate in modo da accelerare il passo. La bocca si muoveva rapida borbottando frasi che avevano tutta l’aria di esser maledizioni. Una volta arrivata a destinazione fece un grande sospiro e cercando di nascondere la fatica si drizzò tutta sulla schiena.
«Sono minuti che vi cerco per tutta la casa e dove vi trovo? A perder tempo appresso a questa fontana.» Disse indispettita.
Jenevieve era una donna di molte qualità, ma tanti anni di servizio avevano finito col logorarle i nervi ed ora che si era meritata l’incarico di governante passava la maggior parte del tempo a cavalcare l’isteria. Il suo volto grassoccio e prematuramente rugoso rivelava un perpetuo sguardo sbigottito, quasi ogni particolare del mondo le recasse disturbo.
«Chiedo scusa. Non avevo sentito che mi stavate chiamando.» Disse Diamanda mettendosi composta sul cornicione di pietra.
«Lo credo bene, avete sempre la testa tra le nuvole voi. Ma cosa stavate facendo?»
«Nulla, guardavo nell’acqua.»
La donna la fissò qualche attimo come perplessa.
«Mi cercavate per qualcosa?» Chiese la giovane interrompendo quello sguardo.
«Vostro padre desidera vedervi. C’è anche Lord Faren con lui. Vi conviene affrettarvi, non era di buon umore.»
«Non è mai di buon umore.» Asserì infine alzandosi lentamente.
Il lungo vestito frusciò sull’erba mentre attraversava il giardino. Salì i gradini del porticato ed entrando in casa si lasciò accarezzare dal profumo d’incenso che vi aleggiava, un sentore quasi floreale di caprifoglio e mughetto che in fumo si disperdevano nel salone. La villa era silenziosa come sempre, solo i passi di qualche cameriera osavano di tanto in tanto interrompere la religiosa calma che vi regnava. Qualsiasi cosa fosse accaduta a Divinty’s Reach, anche se i centauri fossero arrivati in città, persino se uno dei draghi si fosse presentato alla porta, Diamanda ne era sicura, ci sarebbe stato silenzio e temperanza lì. Alla magione della famiglia Breeze tutto doveva essere sempre perfetto. I pavimenti di bianco marmo riflettevano come specchi e così anche gli argenti dei candelieri disseminati un po’ dovunque. Alle pareti i quadri drittissimi ospitavano gli austeri mezzibusti di estinti progenitori che avevano avuto l’onore, ai tempi che furono, di glorificare il buon nome dei Breeze. Tutto in quella casa parlava di araldica, persino sui piatti di ceramica era dipinto lo stemma nobiliare per ricordare ai commensali le riverite origini di chi li ospitava a cena. Infondo c’era del vero: la famiglia di Diamanda poteva vantare illustri avi, fedeli servitori della corona e protettori di Kryta. Da sempre studiosi della magia elementale avevano fatto dell’idromanzia la loro arte più raffinata arrivando, qualche ventennio prima, ad essere tra i primi scopritori dei suoi effetti curativi. Tra di loro si raccontava di come quella predisposizione alla magia dell’acqua si fosse tramandata di generazione in generazione da un’antica antenata le cui gesta erano sfumate ormai nelle nebbie del mito e da cui, si dice, la famiglia ebbe inizio. Tutto quel gran orgoglio del passato, tuttavia, era secondo Diamanda un’abile illusione del padre per nascondere dietro al fasto le recenti sconfitte. Da due generazioni i Breeze non avevano nulla di cui vantarsi con il resto della nobiltà, ma avevano invece qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa da far dimenticare, qualcosa che non potevano cancellare, qualcosa che si chiamava Zaffiria. Diamanda salì i gradini che conducevano al secondo piano e dirigendosi spedita verso la porta dello studio vi si fermò davanti.
«Sei sicuro sia la scelta più giusta? Forse dovremmo aspettare ancora.» Udì chiedere la voce di Lord Faren da oltre il battente.
«Aspettare? Non ho più tempo di aspettare. Ormai è deciso.» Rispose suo padre con gravità.
La diafana mano bussò due volte senza attendere oltre. Non aveva intenzione di stare ad origliare come una cameriera.
«Avanti… avanti figlia mia.»
In silenzio scivolò dentro la stanza con un fruscio di azzurre vesti. All’interno, in piedi accanto alla scrivania, suo padre la guardò con gli occhi pieni di una strana emozione. Nelle cerulee iridi vi era riflessa sofferenza, determinazione e rabbia, una mescolanza che troppo spesso era presente in lui e che lentamente lo divorava. Il viso fiero era segnato da nuove rughe ed i neri capelli iniziavano a mostrare fili argentati sulla chioma. Lunga la tunica di velluto celeste toccava il pavimento, rifinita di argentei disegni e munita di un soprabito della stessa foggia. Lord Edmund Breeze le fece cenno di avanzare.
«Vieni Diamanda.» Disse stranamente serioso poggiandosi con la mano al ripiano.
Vicino a lui Lord Faren era in attesa. Era un uomo rispettato nel ministero per la sua lunga discendenza da antichi re e per le sue indubbie capacità diplomatiche. Un volto giovanile nascondeva abilmente la sua reale età e anche se adesso la sua espressione lo mostrava nervoso non poteva fare a meno di risultare affascinante. Alto e dalle larghe spalle messe il risalto dalla marsina color verde scuro le cui rifiniture dorate davano un tocco di regalità alla sua figura. Diamanda entrò e prendendo con la punta delle dita due angoli della gonna si esibì in una profonda riverenza come le era stato insegnato.
«Buongiorno Padre. Lord Faren sono lieta di vedervi.»
L’uomo non riuscì a trattenere un mezzo sorriso notando i piedi scalzi della ragazza. Anche Lord Breeze osservò la stessa cosa, ma il suo viso rimase duro aggiungendo l’irritazione alla lista delle spiacevoli emozioni che gli si leggevano addosso.
«Vostra figlia cresce a vista d’occhio. Mi pare ieri che sua madre me la portò in fasce. Quanti anni hai ora?»
«Ne compirò ventiquattro il prossimo mese Lord Faren.» Rispose prontamente con diligenza.
I due uomini si scambiarono una silente occhiata d’intesa poi Faren continuò.
«Vedi Diamanda, tuo padre mi dice che sei una fanciulla molto sveglia e apprendi in fretta. Hai già fatto straordinari progressi nella magia elementale e siamo tutti davvero soddisfatti della tua crescita. Immagino inizi a stare per te stretta la vita che conduci, avrai sicuramente desiderio di vedere di più del mondo che ti circonda e cercare nuovi stimoli.»
Lei li guardò confusa. Quel discorso la prendeva seriamente alla sprovvista e non capiva dove volesse andare a parare con quella strana premessa. Dopo un attimo d’incertezza sorrise congiungendo le mani sul grembo.
«In verità Lord Faren la mia vita è perfetta così. Non ho desiderio di…»
Ma la sua educazione fu bruscamente interrotta dalla voce di suo padre.
«Tutti questi inutili giri di parole non faranno altro che renderla più confusa.» Tagliò corto. «Diamanda, ho deciso che la prossima settimana sarai presentata alla Regina assieme alle altre fanciulle che entreranno in società. È il momento che anche tu ti prenda le tue responsabilità davanti a questa famiglia.» Disse dandole poi le spalle.
Il silenzio calò pesante nello studio quasi un incantesimo di ghiaccio avesse intrappolato tutti. Essere presentati alla Regina Jhenna ed entrare in società era un passo importante per tutti i pupilli della nobiltà. Significava esser stati scelti come eredi degni della propria famiglia, come adulti in grado di prendere decisioni, ma sopratutto imponeva una maggiore osservanza della politica e quindi un necessario matrimonio con qualche buon partito. Tutto questo non sconvolgeva Diamanda, prima o poi le sarebbe comunque toccato sottoporsi a quel rituale. No, la cosa che più l’ammutoliva era il fatto che suo padre le stava tacitamente dicendo qualcosa che non aveva il coraggio di confessare. Era quella dunque la tormentata decisione che gli aveva letto negli occhi?
«Padre, voi dite questo contravvenendo alle regole di corte. Sapete che finché la primogenita non ha compiuto quel passo la seconda figlia per discendenza non può osare seguirla. Perché dunque avete preso questa decisione? Si è saputo qualcosa a proposito di mia sorella?» Domandò avanzando di un passo ansiosa di avere la risposta.
Da due mesi di Zaffiria si erano perse le tracce. Era scomparsa come la neve a primavera. Sparita in una notte di Febbraio e mai più ritornata. Fin da piccola era stata una figlia problematica per i Breeze per via del suo carattere ereditato probabilmente dai nonni materni. Ogni tentativo di domarla si era rivelato blando infliggendo a Lord Breeze più di un colpo di fronte al rigido protocollo nobiliare che avrebbe dovuto seguire in quanto primogenita. Era stata una vergogna, una delusione, una sconfitta, ma tuttavia era pur sempre una figlia e come tale amata. La sua scomparsa lo aveva prostrato e la decisione di sostituire la sua figura con quella di Diamanda era il segno che per lei si erano perse le speranze di un ritorno.
«Faren diglielo tu perché io non ne ho le forze.» Disse Edmund Breeze toccandosi la fronte.
«Ho ricevuto notizie di tua sorella ieri sera.»
«E sta bene? È stata davvero rapita dai centauri? L’hanno tratta in salvo finalmente?»
Nessuno disse nulla per qualche attimo.
«No Diamanda. Il rapimento è stato solo un espediente di tuo padre per difendersi dall’ennesima vergogna. Non sapevamo nulla fino a ieri, ma ora abbiamo appreso che Zaffiria fuggì quella notte, non fu tratta in prigionia. Se ne andò di sua spontanea volontà e sulle proprie gambe.»
La fanciulla sentì un mancamento. Lord Faren continuò.
«Una lettera mi ha avvertito che una giovane donna a lei molto somigliante è stata riconosciuta a Fort Rolek, ai confini orientali.»
«Fort Rolek? Per quale motivo si sarebbe diretta in un luogo tanto pericoloso di sua iniziativa? State mentendo. I confini sono assediati dai centauri, con tutti i posti in cui andare non vedo ragione per cui si sarebbe nascosta lì.»
«Ma non si è nascosta. Si trova a Fort Rolek perché i Seraph lo difendono. Tua sorella è diventata una di loro.»
Lord Breeze emise un mugolio stringendo i pugni. Zaffiria una Seraph? Per quanto suonasse strano non era poi così incredibile. Da sempre andava blaterando di azione contro riflessione, di libertà contro etichetta. Una figlia tanto sovversiva quanto poteva durare in una famiglia conservatrice come quella dei Breeze?
«Il sangue del mio sangue mescolato a quei… quei netturbini!» Inveì suo padre mostrando il viso livido di rabbia. «Non le ho mai fatto mancare niente: un’istruzione invidiabile, i privilegi del suo rango, sani principi. Ecco come sono stato ripagato, col tradimento!»
«Padre non dite così vi prego.»
«Lo dico e lo ripeto: Zaffiria non è più mia figlia. Da oggi sei l’unica primogenita che riconosca.»
«Ma forse se provaste a parlare con lei…»
«Parlare? Parlare?! Cosa dovrei dire ad un Seraph? Avrebbe potuto chiedere di entrare tra le Guardie del Ministero e forse lo avrei anche accettato, ma un Seraph… mai! Mescolare il nostro nobile lignaggio con una legione di rozzi guardia-confine. Pensa di diventare qualcuno agli ordini di quel Thackeray? Non appena la regina si sarà stancata di fargli gli occhi dolci e non avrà più potere voglio proprio vedere a quale gonna si andrà ad attaccare quel mercenario. Quando sarà venuto il giorno e tua sorella tornerà a casa nella polvere troverà la porta chiusa. Sono sporche le sue mani almeno quanto il mio buon nome che ha ormai rovinato.»
Nessuno osò proferire più parola. L’ira di Lord Breeze era cieca a qualsiasi persuasione. Diamanda si affrettò a fare una riverenza e a porgere frettolosi saluti di commiato. Uscì dalla stanza con il cuore pesante che batteva al ritmo frenetico dei suoi pensieri. Zaffiria una Seraph, Zaffiria fuggita di sua iniziativa, Zaffiria a combattere i centauri a Fort Rolek. I piedi nudi percorsero il corridoio diretti alla sua stanza, ma a metà del tragitto si fermò d’improvviso. La porta alla sua destra era aperta rivelando la camera matrimoniale dei suoi genitori. Bianchi drappi di seta chiudevano il letto a baldacchino in un morbido involucro, il mobilio di noce intarsiata si alternava ai paesaggi dipinti sui quadri tra verdi pianure e campi di fiori. Su di una poltrona foderata di candido una donna sedeva assorta in mute riflessioni. Era bella sebbene la giovinezza fosse un ricordo distante. I lunghi capelli castani scendevano mossi fino alle spalle dove una retina dorata li teneva imprigionati. Il vestito blu in damasco si allargava sulle maniche e si stringeva sui fianchi dando alla figura una grazia ed una forza in contrasto tra loro. Diamanda si avvicinò alla soglia guardandola finché non si accorse di lei.
«Madre…» Fu solo in grado di dirle prima che gli occhi si riempissero di lacrime.
Lei allargò le braccia attendendola non invano. Riversando su quel grembo la tristezza le raccontò tutto circa il colloquio con suo padre e le notizie portate da Lord Faren. Lady Arikel era una donna straordinaria agli occhi di sua figlia ed in poco tempo riuscì a sedarle il pianto con dolci carezze e frasi di conforto. Sebbene apparisse di natura posata la sua giovinezza era costellata di avventure e battaglie che segretamente custodiva tra i ricordi. Discendente da una famiglia di Esploratori aveva infine messo da parte il suo arco in previsione di un matrimonio vantaggioso che, nonostante le avesse fatto guadagnare status, di certo le aveva fatto perdere gran parte della sua avvincente vita. Non c’era da stupirsi quindi se Lord Breeze incolpava sua moglie per i comportamenti della primogenita secondo lui troppo riconducibili al sangue guasto dei suoceri per essere considerati casuali.
«Perché se ne è andata? È così terribile vivere con noi da preferire la compagnia di spade e centauri?» Domandò Diamanda con il capo posato sulle ginocchia di sua madre.
«Oh no, non è così. Tua sorella è solamente diversa da come siamo tutti noi. Non dubitare del suo affetto.»
«Come può essere diversa? Lei è una Breeze, il suo sangue è come quello di nostro padre e mio.»
«Figlia mia, il sangue e l’acqua sono due elementi assai simili. Per quanto presi da soli paiano uguali se versati in diversi recipienti cambiano forma. È così che tua sorella, pur condividendo le origini del tuo sangue, è differente. Non vedere nell’individualità un difetto anche se questo ti può far soffrire. L’importante per un famigliare è vedere felici i propri congiunti.»
«E voi come fate ad esser certa che Zaffiria sia felice?»
Lady Arikel sorrise con tristezza. La mano si allontanò verso un cassetto che aprì in lenti movimenti. Dal suo interno ne estrasse un piccolo pacchetto di fogli legati da un nastro rosso.
«Ecco.» Disse la donna porgendoglielo. «Ma non giudicarmi con troppa fretta per ciò che vedrai.»
Diamanda li prese con cautela disfando il nodo e iniziando ad esaminare circospetta il contenuto. Erano lettere manoscritte e tutte recavano la medesima firma: Zaffiria. Questo non la sconvolse quanto le le date di ciascuna missiva. Partivano da una settimana dopo la sua scomparsa e terminavano pochi giorni fa. Il suo sguardo si levò incredulo fino a quello della genitrice.
«Voi lo sapevate dunque!» Disse incapace di nascondere il sentimento.
«È così, ma la mia colpa è ancora più profonda. Sono stata io ad aiutarla a scappare.»
Diamanda si alzò in piedi lasciando cadere le lettere.
«Ci avete lasciato nell’ignoranza e nella preoccupazione per mesi interi. Potevate evitare a noi tutte queste pene. Come potete aver mandato vostra figlia primogenita a combattere ai confini senza rimorso!»
«No! Ti sbagli! Il mio cuore vive nell’inferno da allora. Non è con leggerezza che l’ho lasciata evadere dalla prigione che tuo padre le ha costruito attorno.»
«Prigione? Questa casa non è una prigione, ci protegge dai pericoli del mondo.»
«Tu non capisci…»
«Infatti non capisco. Perché l’avete fatta fuggire se ora mi dite che soffrite della sua mancanza? Potrebbe morire laggiù!»
«Sei giovane figlia mia e rassomigli troppo a tuo padre per comprendere che un uccello messo in gabbia finisce col morire lo stesso d’inedia se non è un gatto a mangiarlo quando è in libertà.»
Segreti, menzogne, tradimenti. Attorno a Diamanda le ombre si trasformavano in spauracchi minando le certezze della sua vita. In meno di un’ora il mondo crollava seppellendola tra le macerie. Lady Arikel tacque attendendo che la rabbia di sua figlia le si sfogasse contro, ma questo non avvenne. Al contrario la ragazza sedette accanto a lei fissando seriosa la finestra.
«Comprendo le vostre motivazioni madre…»
«Speravo che avresti capito.»
«No, siete in errore.» Rispose voltandosi con occhi offesi. «Comprendo le vostre motivazioni, ma non le condivido. Avete mandato Zaffiria al macello nutrendo in lei i dubbi di un carattere confuso. Io vi perdonerò per il vostro errore, ma voi perdonerete me perché cercherò di porvi rimedio.»
«Cosa?» Chiese la donna presa alla sprovvista.
Diamanda si alzò allontanandosi al centro della stanza.
«Questa notte partirò per Fort Rolek e farò ritorno al tramonto. Direte a mio padre che sono indisposta e che nessuno mi disturbi. Nemmeno la servitù dovrà essere a conoscenza di questo viaggio. Solo io e voi madre. Avete tenuto così bene il segreto di mia sorella che sono certa custodirete con tanta cura anche il mio.» Detto questo si avviò verso la porta senza voltarsi.
«Diamanda!» La chiamò Lady Arikel facendola fermare. «Ricorda ciò che ti ho detto riguardo al sangue. Al sangue e all’acqua.»
Seconda parte: Raggiungendo Zaffiria
Scappare quella notte fu più facile di ogni previsione. Passando dalle cantine raggiunse il cortile e quindi le stalle della villa. Nascosta da un lungo mantello color ghiaccio scivolò protetta fino al proprio cavallo ed esortandolo al silenzio vi montò sulla sella preparandosi al viaggio. Con sé aveva portato solo lo scettro e la volontà, due elementi che sarebbero dovuti bastare al suo compito. Le strade di Divinity’s Reach erano deserte. Le pallide torri e i parapetti dei palazzi sembravano emanare luce come tante lune nell’oscurità. Il passo sicuro del destriero l’accompagnò oltre le porte della città e su per i sentieri di Shaemoor tra le distese dei campi che guardavano il cielo. Di tanto in tanto, nella notte, rossi fuochi ardevano con vigilanza segnalando i punti di guardia che costellavano la regione. Come un evanescente fantasma Diamanda viaggiò ad Est protetta dall’oscurità. L’aurora distava solo poche ore quando Fort Rolek si presentò all’orizzonte emergendo dalla pianura. L’antica struttura troneggiava appollaiata su un’altura di roccia come un drago accovacciato nel suo nido. Dalla forma bassa e tozza di grigia pietra trasmetteva un senso di solidità nonostante le ferite di innumerevoli battaglie ne segnassero l’integrità. Avvicinandosi notò fiamme accese sulle mura e ombre muoversi lungo il camminatoio. Sparsi attorno alle fondamenta vi erano i resti di innumerevoli combattimenti. Frecce rotte, spade cadute e macchie di sangue ad impregnare la terra. La guerra non dormiva mai perché il suo sonno poteva solo significare morte. Il cuore della nobile fanciulla si strinse nella paura di chi si trova per la prima volta di fronte agli orrori della violenza. Su ogni cosa sembrava esser calata una cupa maledizione di Baltazhar, persino il silenzio parlava di sangue versato. Il cavallo si fermò di fronte alla porte del forte sbuffando e sbattendo gli zoccoli inquieto.
«Stai tranquillo, andrà tutto bene.» Lo rassicurò Diamanda con poca convinzione.
Dall’alto una voce parlò possente.
«Fermo! Chi siete e per cosa venite?» Domandò perentoria.
Sebbene non potesse vedere oltre le guglie, la giovane elementalista avvertì molti sguardi scrutarla.
«Il mio nome è Lady Diamanda Breeze e ho viaggiato dalla capitale per incontrare mia sorella.»
Per un attimo non ci fu risposta quasi fossero tutti vittime della perplessità.
«Siete una nobile? Non c’è gente della vostra stirpe in questa guarnigione. I ministri non mandano i loro figli a morire come cani sui confini. Tornatevene a Divinity’s Reach e ai vostri bei palazzi.» Replicò l’uomo con evidente risentimento.
Il cavallo cominciò a muoversi sempre più irritato.
«Buono… buono.» Tentò di calmarlo invano. «Vi dico che mia sorella è tra di voi.» Continuò ad alta voce. «Ne sono certa e porto le lettere che lo dimostrano. Fatemi entrare.» Ma le parole si confusero con i nitriti del destriero.
L’animale scosse la testa spostandosi a destra e a manca quasi imbizzarrito.
«Che ti prende? Perché fai…»
Un sibilo. Un colpo. La freccia si conficcò nel portone mancandola per un soffio.
«Centaaaauri!» Gridò la guardia da sopra le mura.
Nascosti nella notte altri archi si tesero e scoccarono. L’aria si riempì di sibili e urli di battaglia. Dal forte arrivò rapidamente risposta all’attacco ed ecco che una pioggia di frecce cadde sui nemici celati dal buio.
«Aprite il portone! Apritelo!» Urlò Diamanda presa del panico.
Al centro delle due fazioni si sentiva come in trappola. Di tanto in tanto un colpo le ronzava accanto finendo su di una roccia o impiantandosi nel terreno. La grande porta cigolò aprendosi quel tanto che bastava per permetterle di entrare. Senza indugio spronò il cavallo che, ben felice quanto la cavallerizza, fu lesto a cogliere l’opportunità. All’interno un gran fermento di uomini correva avanti e indietro su e giù per gli scalini che portavano ai camminatoi. Due di loro spinsero il pesante battente serrandolo poi con un immensa spranga di legno. Il cortile di Fort Rolek si apriva irregolare al centro dell’edificio. Nello spiazzo le torce illuminavano casse, armi accatastate e macchinari da guerra. Diamanda smontò dalla cavalcatura con il viso pallido di terrore. All’esterno grida animalesche si alternavano a colpi sul portone i cui cardini tremavano ad ogni spinta. Con gli occhi pieni di angoscia rimase immobile, avvolta nel candido mantello.
«Qualcuno dovrebbe rinforzare quei cardini prima o poi. Sono vetusti.» Disse una voce alle sue spalle.
L’ombra di un grosso uomo si era appena fatta avanti dal cortile. Era possente con larghe spalle confinate nell’armatura. In capelli color biondo cenere ricadevano ricci ai lati della testa massiccia. Folta la barba come le sopracciglia, tra le mani un martello da guerra in metallo che da solo pesava almeno cinque volte Diamanda.
«Sfonderanno la porta?» Chiese lei preoccupata.
«Non per oggi.» Rispose prontamente facendo un cenno ad alcuni uomini appostati sulla sovrastante torretta.
Si udì il rumore di qualcosa che veniva versato poi bestiali lamenti di dolore. L’attacco cessò d’improvviso.
«Niente di meglio che una doccia d’acqua bollente. Una volta usavamo l’olio, ma da quando il ministero ha di nuovo tagliato i fondi bisogna andare al risparmio. Oh beh, l’importante è il risultato.» Asserì con una nota di soddisfazione l’uomo.
Il volto gli si oscurò esaminando la fanciulla ammantata che si trovava davanti. Le si avvicinò guardingo e con una delle gosse dita fece cadere il cappuccio dalla sua testa. Anche il mantello le scivolò di dosso rivelando la fragile figura lì sotto nascosta. I lunghi capelli neri scendevano lisci e lucidi sulla pelle pallida. Il delicato viso sembrava non aver mai visto il sole. Sulla fronte un diadema di acqua marina disegnava ghirigori con l’argento. A coprire le sottili membra un abito di seta celeste che lasciava scoperte le spalle, ma scendeva in lunghe, abbondanti maniche e la cui allacciatura appena sotto il seno dava un senso di evanescenza all’intera persona.
«Per la barba di Baltazhar!» Esclamò il guerriero. «Non mi stavate prendendo in giro allora! Per quale motivo vi siete arrischiata in un posto tanto impervio? Qui si combatte o si viene ammazzati, non è luogo per le vergini della nobiltà.»
«Ve l’ho detto: cerco mia sorella.» Rispose lei con fare altezzoso raccogliendo il mantello.
«Ma senti! Anche a me pareva di avervi detto qualcosa a proposito: non c’è gente del vostro lignaggio qui.» Ribadì con fare brusco poggiandosi al martello. «Vi conviene rimontare in sella al vostro cavallo e tornare da dove siete venuta prima che i centauri attacchino di nuovo. Vi assicuro che conosco tutti i Seraph d’istanza a Fort Rolek e nessuno di loro può essere la donna che cercate.»
«Allora non li conoscete abbastanza bene.»
Diamanda lo superò avviandosi spedita al centro del cortile. Incurante degli sguardi sorpresi che le si incollavano addosso si guardava ansiosamente attorno. Tutti i soldati portavano la medesima divisa: una completa armatura pesante sulla quale una bianca pettorina sventolava gli emblemi dell’ordine. Era difficile distinguerli l’uno dall’altro tanto si spostavano veloci come formiche affaccendate.
«Dove credi di andare ragazzina?» Tuonò minaccioso l’omone inseguendola.
Ma lei neppure lo sentì, troppo impegnata a gettare sguardi speranzosi oltre ogni pertugio ed importunare i Seraph che girati di spalle potevano sembrare sua sorella. Per qualche minuto lui la lasciò fare, ma quando la ricerca iniziò a dimostrarsi infruttuosa la fermò prendendola per una spalla e costringendola a voltarsi.
«Ora basta. Avrei dovuto lasciarvi là fuori con i centauri, almeno avreste appreso una lezione e fatto sparire quelle arie da viziata. Non siamo al vostro bel palazzo. Ho forse l’aria di una cameriera? Adesso verrete con me.» Disse afferrandola per un polso.
«Lasciatemi! Cosa credete di fare? Inveì Diamanda inutilmente cercando di liberarsi dalla presa.
«Non vi dirò quello che credo, ma quello che farò: vi rinchiuderò in una cella e non appena tornerà la calma farò in modo che veniate rispedita a Divinity’s Reach.»
Tutti i tentativi della giovane di resistere alla forza del guerriero non solo si dimostrarono vani, ma persino ridicoli. Fu trascinata tra i propri strilli attraverso il cortile e poco prima di esser inghiottita da una porta l’uomo la costrinse a fermarsi richiamato dai gesti di una guardia.
«Capitano Baldor vi cercano con urgenza alle mura est. Pare stia accadendo qualcosa là fuori.»
«Molto bene, scorta tu questa stupida fanciulla nelle prigioni. Non voglio ritrovarmela tra i piedi nel momento meno opportuno.» Ordinò porgendo il polso della prigioniera.
Il testimone fu passato di mano, ma Diamanda non ne guadagnò in gentilezza. Mentre Baldor si allontanava verso le proprie mansioni il suo viaggio riprese all’interno della fortezza. I piedi si muovevano veloci nel freddi corridoi cercando di stare al passo del carceriere. Tentò di nuovo con le suppliche, ma invano. Provò a persuaderlo con minacce, ma furono vane. Scesero dei gradini arrivando alla stanza delle prigioni. Fredda e umida ospitava due grosse gabbie più adatte ad animali che a uomini. Umidità e sgradevoli odori scivolavano sulle pareti percorse dalla muffa. In un angolo una coppia di topi rosicchiava tranquilla vecchie ossa dimentiche. Il Seraph la portò di peso fin vicino ad una delle celle, ma con grande sorpresa di Diamanda invece di richiuderla tirò dritto fino ad una piccola porta. Grazie ad un’altra rampa di scale simile alla precedente salirono ancora ai livelli superiori ed attraversati alcuni corridoi varcarono una porta chiusa. La guardia gettò la prigioniera al centro della stanza con poca gentilezza. Attorno a lei vi era quello che sembrava una sorta di studio. Alle pareti di pietra erano appese armi e carte geografiche oltre ad alcune librerie poggiate. Una scrivania sostava accanto alle sottili finestre ricolma di fogli e missive già sigillate.
«Perché mi avete portata qui?» Domandò atterrita cercando con gli occhi una via di scampo.
Tra i soldati delle legioni c’era spesso gente rozza che combatteva per il gusto della violenza. Tra tanti buoni elementi simili personaggi guastavano inevitabilmente la fama dell’ordine Seraph agli occhi dei sofisticati ministri della nobiltà. Diamanda estratte dalla manica il proprio scettro fino ad ora celato puntandolo contro l’uomo che aveva iniziato ad avanzare.
«Cosa volete? Parlate!» Intimò senza riuscir a nascondere la paura.
«Abbassa quell’arma, non ti farò del male.» Spiegò togliendosi l’elmo.
Una cascata di capelli corvini comparve lucida e legata in un’alta coda sul capo. Diamanda avvertì il respiro mozzarsi in gola.
«Zaffiria!» Esclamò stupefatta.
Era quasi come guardarsi in uno specchio invecchiata di una manciata d’anni. Gli stessi occhi azzurri, la stessa chioma nera, ma il viso della sorella, oltre la maturità, differiva per l’espressione risoluta e il duro cipiglio. Si abbracciarono dimenticando ogni cosa le circondasse per godere di quegli attimi di gioia.
«Quando ho sentito la tua voce non mi pareva vero. Sei stata un’incosciente a venir fin qui. Qualsiasi divinità ti abbia guidato fino ai confini illesa giuro riceverà il giusto tributo.» Disse prima di scostarla dalle proprie braccia per guardarla in volto. «Ma ora devi andartene. Ciò che ho detto al capitano non ero solo una scusa per trarti in salvo. Sta succedendo qualcosa ad est, i centauri attaccheranno con il fuoco per stanarci come topi. Il loro esercito galoppa veloce portando torce incendiarie e presto saranno qui.» Zaffiria la prese per mano conducendola verso una libreria. «Userai il passaggio segreto utilizzato dai messaggeri. Il tunnel è angusto, ma ti condurrà abbastanza lontano da essere al sicuro. C’è un villaggio a poche miglia, lì troverai un cavallo per tornare alla capitale.»
Con alcuni movimenti la Seraph aprì la porta nascosta rivelando una scala scendere nel buio. Diamanda non si mosse fissando la sorella confusa.
«Come sarebbe a dire? Tu non vieni con me?»
«Non posso abbandonare il forte. Hanno bisogno anche di me, ma ti ringrazio di essere venuta. Mi hai ricordato per quale motivo ho deciso di combattere ed ora affronterò la battaglia con migliore spirito.»
«Non puoi dire sul serio. Sono venuta per riportarti a casa.»
«Sono qui di mia volontà Diamanda, nessuno mi trattiene. Resto solo perché lo voglio.»
«Nostra madre mi ha già informato di questo, ma non posso credere che preferisci questa oscura fortezza a casa nostra. Torna con me, torna a Divinity’s Reach e nostro padre ti perdonerà ne sono certa.»
Zaffiria si scostò immediatamente come offesa da quelle parole.
«Allora è lui che ti ha mandata. Sei diventata la diplomatica delle sue ambizioni.»
«Ti sbagli invece, sono qui di mia iniziativa. Nostro padre non sa nulla di questo.»
«Dunque è ancora peggio. Ti sei resa uguale a lui, dimentica del mondo e affezionata a vuote vanità.»
«Cosa vuoi dire?»
«Ma non ti sei guardata attorno? Mentre i ministri vestono da pagliacci sperperando il denaro con il carnevale noi diamo il sangue difendendo i confini. Qui si combatte ogni giorno per assicurare alla capitale un nuovo giorno. Uomini valorosi muoiono per tutti voi sacrificandosi alla causa. Se Fort Rolek cade sarà più vicina la minaccia per il regno degli uomini. Non sono capricci ne schermaglie quelle dei centauri. Loro combattono per uccidere, ci vogliono morti. Donne e bambini non sarebbero risparmiati. Il loro odio ci divorerà tutti se non li fermiamo qui. Come posso tornare a casa sapendo questo? Non capisci? È anche per te che combatto.»
Diamanda ammutolì incapace di replicare. I loro occhi s’immersero gli uni negli altri leggendo le reciproche anime come libri aperti. Un boato fece vibrare i muri seguito da rumori di armi e grida. La battaglia era iniziata.
«Scappa e dì a nostra madre che la amo.» Disse abbracciandola.
La giovane ragazza non fece in tempo a rispondere che Zaffiria era già scivolata via dalle sue braccia e scomparsa oltre l’entrata.
Terza parte: Brucia la speranza
Restò immobile ed incapace di qualsiasi azione per qualche istante, poi si mosse lentamente verso il passaggio. Mentre scendeva i gradini nel buio, gli occhi di sua sorella erano un pensiero che non sapeva scacciare. Infine aveva fatto la scelta di restare a combattere e forse morire. Non era stupido preferire l’incertezza della morte alla certezza della vita? Forse no, non lo era. Quella risposta che si diede la colpì, costringendo i pensieri in un’altra direzione. La decisione di Zaffiria non era frutto di un carattere confuso, ma di spietata logica: restava a sacrificare il presente per il futuro e non sacrificava in futuro per il presente come Diamanda si stava accingendo a fare. Il respiro le si fece pesante e il corpo seguì la mente rifiutandosi di proseguire. Ai suoi occhi il folle gesto della sorella era adesso trasfigurato in un atto di coraggio e amore per il proprio popolo. Sollevò la mano fissando lo scettro che vi era stretto. Sembrava fatto dei cristallo con azzurre sfumature opalescenti a seguirne l’irregolare superficie. Lo strinse tra le dita e tornò indietro. I gradini, lo studio del capitano, i corridoi. Salì le scale a chiocciola trovandosi su uno dei camminatoi delle mura. Alcuni arcieri scagliavano convulsamente frecce verso il cortile dove, nel caos della battaglia, Seraph e centauri si combattevano con ferocia. Il clangore delle armi si alternava al suono degli archibugi portati dai nemici. Alcune macchine da guerra erano in fiamme così come i resti del portone d’ingresso sparsi sparsi dappertutto. I vetusti cardini non avevano infine retto all’assalto dando il via alla guerra ultima per Fort Rolek. Tra i guerrieri ancora in piedi alcuni stavano feriti in qualche angolo, altri erano riversi a terra in agonia. Erano pochi rispetto ai centauri che dal portone continuavano ad arrivare. Diamanda si arrampicò su di una torretta e tracciando simboli con la propria arma diede inizio all’incantesimo. Dalla testa dello scettro si espanse un sottile fumo di luce celeste, quasi un’aurora boreale che così sottile ricoprì il campo di battaglia. Gocce caddero gentili come una pioggia di primavera. I Seraph feriti alzarono il capo godendo di quell’acqua ristoratrice e fresca, aprivano la bocca per bere mentre quella che gli scivolava sulla pelle dava conforto al loro dolore. Molti si rialzarono impugnando ancora le armi con grande sgomento dei centauri. La battaglia continuò ed il nuovo vantaggio degli uomini diede subito i suoi frutti dimezzando i nemici, ma per ognuno che cadeva un altro ne arrivava a sostituirlo. La giovane elementalista cercò nel cortile la figura di Zaffiria, ma era impossibile distinguerla dagli altri soldati. Solo l’immensa mole del capitano Baldor spiccava non lontano dal portone. Fu allora che Diamanda ebbe l’idea. Incurante di ogni pericolo si lancio a perdifiato dalle scale che scendevano le mura. Di tanto in tanto il suo scettro si levava scagliando schegge di ghiaccio acuminato verso i violenti centauri che tentavano di colpirla.
«Capitano Balrdor! Capitano Baldor!» Gridò quando gli fu vicina.
«Tu ragazzina?!» Rispose stupito mentre replicava ad un attacco.
Il martello calò rapido spezzando le zampe anteriori del nemico ora costretto in ginocchio, poi un poderoso colpo gli ruppe la testa mandandolo dritto all’altro mondo.
«Come hai fatto ad uscire dalla cella?»
«Non importa ora. Dobbiamo fermare l’avanzata dei centauri o presto saranno troppi.»
«Cosa diamine credi stiamo facendo?»
«Dovete calare il pentolone!» Esortò indicando la torretta sopra l’entrata.
«Inutile! Il forno per scaldare l’acqua è stato distrutto, non gli faremo alcun male.»
«Non importa! Dovete farlo, datemi retta!»
L’uomo la guardò indeciso. Attorno a lui i Seraph erano sempre più in svantaggio.
«Se come penso quella pioggia guaritrice era merito tuo forse mi conviene darti ascolto.» Disse prima di urlare verso l’alto. «Usate il pentolone!»
Lo scroscio dell’acqua annunciò la caduta. La vasca di riversò come una cascata. Diamanda si fece avanti e puntando lo scettro compì precisi movimenti nell’aria. Quasi istantaneamente il muro liquido iniziò a solidificarsi scricchiolando ed in pochi secondi la porta abbattuta fu sostituita da un muro di solido ghiaccio. I centauri erano chiusi fuori. Inutili apparivano i loro tentativi di scalfire la barriera che non accennava ad infrangersi ne con le lame ne con le torce. Troppo potente era il ghiaccio magico che aveva evocato per delle semplici armi. Senza nuovi rinforzi i nemici furono sopraffatti. Il cortile si riempì di cadaveri alcuni trafitti da frecce ed alcuni dilaniati dai colpi. Il loro acre odore bestiale si mescolava a quello del fumo appartenente agli incendi non ancora estinti.
«Durerà?» Chiese Baldor avvicinandosi.
«Non ne ho idea. Non ho mai avuto modo di testarlo su un esercito inferocito.» Rispose lei fissando l’entrata oltre la quale lo strato trasparente mostrava le sagome degli assedianti muoversi.
«Diamanda!» Chiamò una voce.
Zaffiria le corse incontro sporca di fuliggine e di sangue rappreso. I suoi occhi azzurri spiccavano nel nero del viso. Si abbracciarono felici di aver ancora modo di potersi stringere.
«Perché non te ne sei andata?» Le domandò accarezzandole la guancia.
«Come posso tornare a casa sapendo questo?» Disse lei imitando una domanda che le era stata già posta.
«Che cosa succede? Allora vi conoscete davvero?» S’impose Baldor che aveva assistito alla scena.
«Questa è la sorella che sono venuta a cercare.» Rispose Diamanda.
«Perdonatemi capitano se vi ho mentito riguardo alle mie origini.» Aggiunse Zaffiria.
«Avrete modo di darmi le dovute spiegazioni più tardi, dobbiamo riorganizzarci prima che…»
Una fiammata interruppe le parole. Oltre la porta vampate si levavano a regolare cadenza come se qualcuno le scagliasse di volontà.
«Cosa è stato?» Domandò Diamanda con il terrore negli occhi.
«È Khurùk Fuocotempesta, il capo tribù.» Rispose gravemente Baldor. «Che gli Dei abbiano pietà di noi.»
Il ghiaccio improvvisamente esplose facendo entrare un denso fumo nero. Ci fu un suono di zoccoli che si avvicinavano seguito dall’arrivo di Khurùk. Colossale il centauro emerse dalla nube con il pelo scuro a ricoprire la parte animalesca del suo corpo mentre tribali tatuaggi provvedevano a macchiare quella più umana. Il viso deforme una maschera di odio dai denti digrignati. In mano reggeva una staffa di legno nodoso alla cui estremità erano legate perline e piume pendenti. Soffiò fremente dalle narici, batté gli zoccoli e lanciò un terribile urlo agitando la sua arma verso il cielo. Il fuoco cadde dall’alto prendendo tutti alla sprovvista. Sfere incendiate che colpivano cose e persone senza alcuna distinzione. In pochi istanti il cortile si trasformò in un inferno. I Seraph si prepararono al contrattacco, ma le frecce si consumavano prima di colpire l’obbiettivo e le spade diventavano incandescenti nelle mani dei loro portatori. A decine i soldati cadevano morti ricoperti di ustioni o soffocati dal calore nelle armature. Baldor strinse il martello e con un urlo si scagliò sul capo dei centauri. Due sfere di fuoco lo colpirono in pieno petto partite direttamente dalla mano di Khurùk, ma non bastarono a fermarlo. Come un toro in carica gli fu addosso incrociando il martello con la staffa. Combatterono senza esclusione di colpi. Fuoco e metallo in una lotta per la vita. Quando il guerriero sembrava ad un passo dalla vittoria, però, l’imprevedibile ebbe luogo. Il bastone del nemico era stato spezzato e Baldor, accingendosi al colpo di grazia, dimenticò l’astuta slealtà dei centauri. Alzò il martello sopra la sua testa pronto ad abbattere Khurùk, ma questo estrasse un pugnale nascosto e lo affondò là dove le giunture dell’armatura non potevano proteggere la spalla. In pochi istanti i ruoli furono tragicamente invertiti. Combatterono senza esclusione di colpi. Fuoco e metallo in una lotta per la vita. Quando il guerriero sembrava ad un passo dalla vittoria, però, l’imprevedibile. Il bastone del nemico era stato spezzato e Baldor, accingendosi al colpo di grazia, dimenticò l’astuta slealtà dei centauri. Alzò il martello sopra la testa pronto ad abbattere Khurùk, ma questo estrasse un pugnale nascosto e lo affondò la dove le giunture dell’armatura non potevano proteggere la spalla. In pochi istanti i ruoli furono tragicamente invertiti. La lama nelle mani del nemico avvampò di magia.
«Capitano!» Urlò Zaffiria gettandosi su di lui.
Mezzelune di fiamme taglienti fendettero l’aria dirette all’obbiettivo, ma qualcosa le fermò. Attorno ai due Seraph si era creata una sorta di bolla protettiva che gli attacchi respingeva. La guardiana sollevò la testa dal corpo ferito del suo capitano e sfidando con gli occhi Khurùk sfonderò la spada. I due si scontrarono con furia. Il fuoco del centauro doveva vedersela adesso con le armi spirituali di Zaffiria. Eteree catene traslucide si materializzarono attorno a lui immobilizzandogli le braccia. I suoi muscoli si flettevano cercando di spezzarle inutilmente. Come una bestia in gabbia scalciava brutale ringhiando maledizioni tra i denti. La guardiana si preparò ad affondare la lama nel petto del nemico, prese la rincorsa e vi si gettò contro. In pochi istanti molte cose successero: la punta della spada penetrò mel ventre di Khurùk, le catene magiche si spezzarono dissolvendosi nel vento, la mano del centauro, in un ultimo spasmo di rabbia, fendette l’armatura della Seraph tracciando col fuoco una diagonale sul suo petto. Per alcuni secondi i due rimasero così in piedi, poi, quando la prima goccia di sangue toccò terra, crollarono esamini al suolo. Diamanda si alzò accorrendo assieme alla sua disperazione.
«Zaffiria! Zaffiria parlami ti prego!» Le disse tra le lacrime inginocchiandosi accanto a lei.
La donna socchiuse gli occhi. Pallida in volto aveva il respiro spezzato. Un rivolo rosso colava al lato della labbra. Sulla corazza il nero squarcio ancora fumava.
«Stai tranquilla ti curerò.» Ripeteva ossessiva puntando lo scettro.
Zaffiria le prese la mano fermandola. Le sue dita tremavano.
«Sorella, nemmeno la magia dei Breeze può curare questa ferita ormai.» Disse a fil di voce. «Ormai è finita per me. Sento Grenth prendermi tra le sue gelide braccia.» Una smorfia di dolore. «Devi andartene. Prendi il passaggio nello studio e fuggi. Ce la farai?»
«Baderò io a lei.» Disse Baldor che si era da poco rimesso in piedi nonostante la ferita seguitasse a sanguinare.
«Ma non possiamo lasciarla qui!» Gridò Diamanda rabbiosa verso l’uomo. «Zaffiria vieni con noi.»
Ma fu semplice accorgersi che lei non poteva più sentirla adesso. Gli occhi aperti erano distanti e già guardavano agli Dei. Tra le lacrime la baciò sulla fronte. Era andata in cerca della nobile sorella e aveva finito col trovare una martire guerriera. Il capitano Baldor faticò a convincerla ad andare lasciando Zaffiria al suo destino. Attorno a loro le fiamme stavano cancellando Fort Rolek dalle carte geografiche. Nessun altro era sopravvissuto, non c’erano vincitori ne vinti, ma solo morte. Mentre si dirigevano al passaggio sotterraneo che li avrebbe condotti al sicuro, Diamanda avvertì il cambiamento che dentro di lei aveva avuto inizio. Seppur ancora impercettibile un seme era stato piantato nel suo cuore e presto i frutti sarebbero nati, innaffiati dal sangue di suo sorella.
